Ho fatto una cosa nuova, si chiama Guido

8 gennaio 2015
Argomenti:

Sui modelli di business

Marco ha lanciato un corso con un post su Facebook. Il post ha una trentina di like, ma soprattutto ha 13 condivisioni. Alcuni si sono iscritti direttamente nei commenti al post. Io mi sono iscritto scrivendogli un messaggio privato. Il resto del lavoro – IBAN per il pagamento, dettagli sulla giornata, fatturazione, richiesta (gentile) di feedback – Marco l’ha fatto via email. A Milano eravamo una quindicina, a Bologna qualche giorno dopo credo che fossero altrettanti. Ognuno di noi per partecipare ha pagato 150€ + IVA. Per organizzare il corso non è servito un sito internet – che però ora c’è – né un budget da destinare al marketing e alla comunicazione, né un ufficio vendite. Al contrario, è servita una reputazione e una rete di relazioni coltivata negli anni e una buona idea – qualcosa di cui le persone avevano davvero bisogno.

Offscreen Magazine è una rivista che parla soprattutto di Web Design e di persone che lavorano facendo Web Design. È l’unica rivista a cui sono abbonato, e l’unica rivista che leggo volentieri, dall’inizio alla fine, senza saltare nemmeno una riga. È una rivista di carta – di carta molto bella, a essere onesti – ha 154 pagine e esce 3 o 4 volte all’anno. Kai Brach – che è l’editore e l’unico impiegato, collaboratori a parte – stampa 4500 copie di ogni numero – che vende tutte, un po’ per volta. Ogni numero di Offscreen costa 22$, l’abbonamento a tre numeri costa 59$. Ogni numero è sostenuto da una serie di sponsor – l’ultimo ha tra gli altri Squarespace, WeTransfer e TypeKit – che non comprano spazi pubblicitari ma une breve sezione della rivista interamente dedicata a loro. Un altro modo per sostenere Offscreen è diventare Patron: farlo costa 100 $, ci sono 25 posti per ogni numero, e per il prossimo sono sold out. Offscreen è al terzo anno di vita – mi sembra – e gli affari sembrano andare bene (qui c’è il rendiconto del 2013, qui quello del 2014). Offscreen funziona sia perché è stato progettato da subito per essere economicamente redditizio, sia perché vende alle persone giuste. Non a tutti incondizionatamente: a poche persone, ma a quelle giuste. Per questo motivo tutti i numeri un po’ per volta esauriscono la tiratura, e per questo motivo è interessante per gli sponsor: perché Offscreen è in grado di farli parlare esattamente con le persone a cui vogliono parlare.

Enrica (full disclosure: è mia moglie) vende i suoi corsi online, sul suo sito. Il suo corso più importante si chiama The Next SMM, ed è un corso che serve a diventare Social Media Manager. Iscriversi costa 745,90€ + IVA, cioè 910€. I primi 10 posti della nuova edizione (5 a Milano, 5 a Modena) costavano 750 €, senza IVA, e sono stati tutti comprati nel giro di una decina di giorni, tra prima e dopo Natale. Per gestire le vendite di questo e di altri prodotti Enrica usa un plugin gratuito di WordPress molto essenziale, ma soprattutto usa la reputazione e la rete di relazioni coltivate in due anni di lavoro come libera professionista – e come membro attivo di una comunità.

Tecnicamente Meh.com è un ecommerce. Su Meh ogni giorno si vende un prodotto diverso – una buona offerta, spesso sono cose tecnologiche o gadget. La forza di Meh però non sono i prezzi, ma le cose che scrivono e il modo in cui le scrivono. Le descrizioni dei prodotti sono fantastiche, il tono è sempre sospeso tra il super dettagliato e il cazzone-super-diretto. Ogni dettaglio è curatissimo, niente è lasciato al caso – e ovviamente hanno il nome più figo del mondo. Poi c’è il forum, che è un vero forum, pieno di cose matte, gente, matta, e argomenti mattissimi – ad esempio Are you planning to be cryogenically frozen, per dirne una – un forum figo e fatto bene che da vedere è quasi meglio di Medium, ed è letteralmente pieno di gente che ci scrive sopra, commenta, risponde.

MacStories è una rivista online che pubblica articoli di approfondimento sule cose Apple. Gli articoli sono in inglese, ma il fondatore e editor in chief è un ragazzo italiano, Federico Viticci. Federico ha meno di trent’anni – se non ho capito male – vive da qualche parte nel Lazio, ha fondato MacStories nel 2009, scrive in un inglese impeccabile, coordina una redazione di quattro collaboratori regolari e sia lui che MacStories sono diventati nel corso degli anni punti di riferimento per chi si occupa di cose Apple. MacStories ha adottato un modello economico abbastanza diffuso negli Stati Uniti e per niente in Italia – specialmente tra chi fa editoria indipendente online: le sponsorizzazioni esclusive settimanali. Chi acquista la sponsorizzazione – e gli acquirenti non mancano – ottiene in cambio un mix di servizi: contenuti sponsorizzati (sul sito e nei feed RSS, che hanno molto valore perché sono utilizzati dai lettori più attenti e interessati), banner, link testuali, e due tweet da tutti gli account legati a MacStories.

A List Apart è A list Apart: For People Who Make Websites, e basta. Le pubblicità che inserisce all’interno del suo feed RSS sono scelte così bene e così interessanti per me che non vedo l’ora di leggerle.

E quindi?

Quindi ecco che cosa penso. Penso che ci sono modi diversi, meno ovvi, più intelligenti, meno per tutti e più per quelli giusti, meno virali e più umani – nel senso: fatti per le persone, pensando alle persone, cioè a noi stessi – per fare le cose. Per farle crescere e farle vivere. Ci sono modelli-di-business che prima di essere modelli di business sono modi per tenere insieme le persone: che nascono da un desiderio, da un’esigenza, da una passione condivisa, da un’attitudine, dalla voglia di divertirsi, fare qualcosa di bello, insieme, per gli altri, e guadagnarci.

E funzionano.

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