Ho fatto una cosa nuova, si chiama Guido

22 settembre 2014
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Quello che so sul lavoro

Finito il liceo mi sono iscritto a Scienze della Comunicazione. Ho passato il test d’ingresso e ci sono rimasto un anno, più o meno, per poi decidere di passare a Lingue visto che – così mi sembrava – a Scienze della Comunicazione «non si faceva abbastanza cultura». Era il 2001. Sette anni dopo avrei trascorso le mie giornate di disoccupato imprecando mentre scorrevo gli annunci di lavoro pubblicati dal Job Center dell’Università, quasi tutti indirizzati a laureati in Scienze della Comunicazione. Ora di mestiere faccio siti internet.

Tra l’altro: il disprezzo che in Italia molti – me compreso, all’epoca – dimostrano nei confronti dei corsi di laurea in Scienze della Comunicazione mi sembra molto indicativo di qualcosa che ancora fatico a mettere a fuoco con precisione, ma che provo a dire così: Scienze della Comunicazione è stato un tentativo di aprirsi a cose nuove mentre quelle cose erano davvero ancora nuove, e noi l’abbiamo sfottuto.

Il primo lavoro vero che ho fatto l’ho fatto l’estate dopo l’esame di Stato. Era il 2000 e per un mese ho lavorato in una scuola di italiano per stranieri in Calabria. La scuola era in un’ex tenuta nobiliare, gli studenti e noi abitavamo nelle casette basse dei coloni – piccoli edifici squadrati, a due piani e col tetto piatto, bianchi – letteralmente immersi in un misto di macchia mediterranea, orti e frutteti. Io facevo di tutto: guidavo il pulmino delle gite, pulivo le aule – sedie e tavoli sotto i pini marittimi o sulle terrazze – preparavo da mangiare, il caffè e il cappuccino di metà mattina, portavo in giro gli studenti e facevo un po’ da interprete, un po’ da guida e un po’ da amico. Mi è piaciuto tantissimo.

Nei sette anni in cui sono stato studente universitario – dal 2001 al 2008 – non avevo la più pallida idea di come funzionasse il lavoro. Non avevo idea di quali fossero i lavori possibili, di come fosse organizzata un’azienda, di quali posizioni si cercavano e di quali no, e di cosa esattamente fosse una posizione. Non avevo idea di quali legami ci fossero – e se ce ne fossero – tra il mio corso di laurea in Lingue e il lavoro. Non c’era niente che sapessi fare davvero, e non avevo idea di cosa avrei fatto dopo né come fosse fatto, questo dopo, né come ci si attrezzasse per affrontarlo – o quantomeno per arrivarci preparati – né mi sono mai realmente posto il problema fino a quando la mia seconda richiesta di dottorato non è stata respinta. Nessuno sano di mente mi avrebbe offerto un lavoro in quel momento, né del resto io lo stavo cercando.

Le persone con cui parlavano mi dicevano che avrei potuto fare l’insegnante oppure l’interprete, oppure che i mercati «si aprivano ad est», e che con la mia laurea in letteratura russa avrei di sicuro trovato lavoro nel commercio internazionale. Io non volevo fare niente del genere, ma non ero nemmeno in grado di darmi alternative. Mi piacevano i libri e la musica, mi piaceva viaggiare e fare le foto, e non sapevo davvero perché mi fossi iscritto a Lingue – se non per quel discorso della cultura, ovviamente, e per il fascino che la Russia esercitava su di me. Del resto mi ero iscritto a Scienze della Comunicazione perché «volevo fare il giornalista»: un fraintendimento durato anni, dovuto al fatto che scrivere mi veniva bene.

Di chi era la responsabilità? Di chi era la colpa se uno studente universitario non aveva la più pallida idea di cosa fosse e di come funzionasse il lavoro? Nonostante il desiderio di scaricarla su altri ho sempre saputo che la colpa era mia. Ho evitato a lungo di assumermi la responsabilità di indirizzare consapevolmente la mia vita. Ho deciso di «concentrarmi sugli studi» anche perché era un ottimo modo di prendere tempo e rimandare lo scontro. Soprattutto ho avuto sempre la possibilità di scegliere, e ho fatto scelte sbagliate, non meditate, istintive, e – quel che è peggio – non le ho sapute sostenere. Da un certo punto in poi ho francamente detestato l’università e gli studi, ma dal mio punto di vista non c’erano alternative reali né modo di tornare indietro: dovevo laurearmi, e poi qualcuno mi avrebbe dato un lavoro. Poi qualcosa sarebbe successo.

Ho un computer e sono online dal 1997, se non mi ricordo male. Per ragioni che tutt’ora mi risultano inspiegabili, nonostante trascorressi molta parte del mio tempo davanti a un computer collegato a internet non ho mai pensato di farne un lavoro, o una possibilità di trovare lavoro. Ho iniziato a tenere un blog con continuità due anni fa – quando un lavoro l’avevo eccome – e sempre due anni fa ho iniziato a fare siti internet. È vero, ho fatto parte della prima ondata di internet in Italia, ma per quasi quindici anni mi sono limitato a essere uno spettatore, e a osservare. Perché? Di chi era la responsabilità? Di chi era la colpa?

Le cose sono cambiate quando ho smesso di aspettare di essere scelto. Non si tratta di una lettura a posteriori: ricordo nitidamente più di un discorso in cui rivendicavo – apparentemente senza vergognarmene – il diritto a essere scelto, il diritto ad avere il mio turno, il turno che mi era stato promesso. Poi, nell’autunno del 2009 – dopo un anno tragico di colloqui di lavoro tutti promettenti e tutti falliti – prima di cedere e fare concorso per entrare nel corpo dei vigili urbani di Torino mi sono dato un’ultima chance: mi sono iscritto alle selezioni del Master in Editoria, le ho passate, e alla fine del Master sono stato mandato in stage all’ufficio Marketing del Gruppo editoriale Mauri Spagnol.

Ho imparato a leggere molto presto, per buona parte della mia vita ho letto moltissimo, i libri mi sono sempre piaciuti, e avrei sempre voluto lavorare nell’editoria, ma non lo sapevo. Non me l’ero mai detto lucidamente, non avevo mai dedicato una giornata a cercare di capire come si facesse a lavorare nell’editoria, non sapevo – ovviamente – nemmeno quali lavori ci fossero in una casa editrice: pensavo fosse un mondo riservato e inavvicinabile, e pensavo che fosse giusto per me accontentarmi di osservarlo dai margini. Avrei potuto iscrivermi allo stesso Master alla fine della laurea triennale, nel 2005, e probabilmente la mia vita ora sarebbe diversa: ma per quanto il desiderio di lavorare nell’editoria fosse sempre stato forte e la sola idea incredibilmente eccitante semplicemente non avevo mai pensato di poterlo fare.

Di chi era la responsabilità? Di chi era la colpa se a uno studente universitario con la passione per l’editoria non viene in mente di cercare un modo per lavorare nell’editoria? La risposta resta la stessa: mia. Per anni sono stato convinto che ci fossero percorsi sicuri e segnati, e che ordinatamente dopo una cosa ne sarebbe venuta un’altra: elementari, medie, superiori, università, lavoro. È un problema politico? È un problema sociale? È la responsabilità di una generazione? Non lo so. Forse c’entrano scelte politiche fatte da altri e senza che io potessi farci niente. Forse c’entra essere cresciuto in un mondo in cui ci si è – per un breve periodo – convinti che lo stato di normalità consistesse nell’aspettarsi percorsi sicuri e segnati per tutti. Ma è successo così, a me, e dipende soprattutto da come sono fatto io, e c’è voluta la concreta possibilità di fallire perché decidessi che fosse ora di svegliarmi.

Sono stato in Mauri Spagnol dall’agosto 2010 al marzo 2012. Sono stato stagista, poi di nuovo stagista, poi ho avuto un contratto a progetto di 4 mesi, poi uno di 6, poi uno da un anno – che però è durato poco più di due mesi, prima che mi licenziassi. Ho preso pochi soldi – di sicuro meno di quanti ne servano per vivere a Milano – ho lavorato con persone stupende, ho lavorato il sabato e la domenica, a volte – poche – mi sono sentito sfruttato, più spesso no: perché mi piaceva il mio lavoro ed ero contento di farlo. Ho imparato lì molte delle cose che so, e sono convinto di aver lavorato sempre come se l’azienda fosse stata mia – ed era quanto di più lontano possibile dall’essere mia. Soprattutto non mi sono mai sentito – nemmeno per un istante – un precario, è una parola che detesto.

Sentirsi precari a meno di avere la ragionevole certezza che niente di sostanziale cambierà per quarant’anni – il tempo che ci separa da una pensione equa e sicura – è uno stato d’animo che va oltre la mia capacità di comprensione. È anche – secondo me – uno stato d’animo che ha molto poco a che fare con i contratti nazionali e con le trattative sindacali, e molto a che fare con la considerazione che si ha di sé e della propria capacità di resilienza. Oltre a questo, da un punto di vista storico più che uno stato d’animo mi sembra un grosso fraintendimento: quale legge ci può proteggere dalle cose che cambiano? Domanda più che retorica: è più utile puntare indietro come muli anche quando si è oltre ogni ragionevole speranza o attrezzarsi quanto possibile per affrontare i cambiamenti e vedere cosa succede? C’è una legge che può darci la forza d’animo di cui abbiamo bisogno per riuscire a farlo?

Mentre lavoravo in Mauri Spagnol mi è successo di pensare che si sarebbero potute portare avanti alcune proposte per migliorare le condizioni sociali ed economiche del lavoro all’interno dell’azienda: limitatamente ad alcune precise proposte, e inserite nel contesto di quella precisa azienda. L’idea di estendere quelle proposte ad altre aziende sul territorio nazionale mi è sempre sembrata bizzarra, oltre che inefficiente. L’idea di coinvolgere un sindacato semplicemente inspiegabile. Che ne sappiamo noi se le stesse proposte hanno senso in altri contesti? Che ne sappiamo noi se le stesse proposte sono sostenibili in altri contesti? Che ne sappiamo davvero noi degli altri contesti? Come mai tutto è meravigliosamente complesso e diverso tranne quando abbiamo disperatamente bisogno che sia semplice e identico? Perché dovremmo trasformare poche proposte circostanziate in una «lotta per i diritti dei precari dell’editoria»? Perché siamo disposti a considerare un modello centralizzato – trattativa sindacati – aziende -governo – come più giusto e più efficiente di un modello decentralizzato in cui i lavoratori di ogni azienda portano avanti le loro proposte in base al loro contesto e alla loro concreta e immediata realizzabilità?

Perché devo andare a trattare a Roma se il capo del personale a cui voglio chiedere di ridiscutere il contratto è nell’ufficio sotto al mio?

Mi sono licenziato da Mauri Spagnol perché avevo ricevuto un’altra proposta di lavoro che mi sembrava interessante – e economicamente più vantaggiosa – e perché a un certo punto il lavoro che facevo era diventato ripetitivo, e io iniziavo ad annoiarmi, e a sentirmi irrequieto, e a disagio. Sono diventato Product Manager di Savory – un progetto che non esiste più, e di cui fatico anche trovare tracce online – e lo sono stato per un anno: avevo un contratto a termine, e sapevo perfettamente che poteva non esserci rinnovo, e così è stato.

Le cose non sono andate mai davvero bene – anzi, probabilmente sono andate sempre abbastanza male – e parte della responsabilità è di sicuro mia: avrei potuto lavorare meglio, fare di più e con più volontà e intelligenza, ma in parte era qualcosa al di sopra delle mie capacità, e in parte ero semplicemente terrorizzato dalla responsabilità. Non avevo più una grande azienda a coprirmi le spalle, né un capo, né colpe altrui da distribuire in giro: eravamo in tre, e difficilmente avrei potuto fare peggio la mia parte.

Dal fallimento di Savory ho imparato molto di quello che so, e ho gettato – anche senza saperlo – le basi per il lavoro che faccio ora: rudimenti tecnici, una prassi, un certo tipo di sguardo, un certo modo di pensare. Ho imparato anche cosa significa «rischio imprenditoriale». A un certo punto i miei due datori di lavoro hanno smesso di pagarsi lo stipendio per pagare il mio – e la tredicesima, la quattordicesima e la liquidazione, quando il progetto è fallito. Quando l’ho saputo ho provato un misto di ammirazione, vergogna e senso di colpa che torna a trovarmi ogni volta che ci penso, e che probabilmente non mi abbandonerà mai.

Da quel momento mi sono detto che la redistribuzione delle ricchezze presuppone delle ricchezze da distribuire, e che farne un obbligo di legge per tutti e sempre è una presunzione di colpevolezza che non ci siamo mai potuti permettere.

Ho aperto la partita IVA un anno fa a settembre, dopo aver esaurito la quota che mi era permesso ricevere con ritenute d’acconto. Nell’elenco dei codici delle attività il mio lavoro non c’era. Non c’è ancora, così come quello di molti altri che fanno lavori «nuovi» ormai vecchi di vent’anni. Anche quando è stato fatto il censimento, nel 2011, il mio lavoro dell’epoca non c’era. Siamo impiegati, operai, commercianti, artigiani, contadini, liberi professionisti. La nostra lingua, le nostre leggi e il modo in cui misuriamo l’esistente usano parole e pensieri secolari: un modo di fare appropriato alla grande considerazione che diamo alle cose passate.

Nemmeno questa volta mi sento un precario, né mi sento parte del «popolo delle partite IVA», sempre ammesso che esista. Mi piace sentirmi un libero professionista, perché spero di essere il più possibile entrambe le cose: libero e professionista.

Lavoro spesso con altri professionisti, ogni tanto con piccole aziende. Mi colpisce quanto le cose siano differenti e complesse, da dentro. Quanto un’assunzione sbagliata fatta dieci anni fa possa bloccare la crescita di un’azienda, o la sua capacità di reagire alla concorrenza, e come sia sostanzialmente impossibile annullare questa assunzione. Quanto chi crea lavoro spesso non abbia le competenze e le capacità per scegliere le persone di cui circondarsi. Quanto chi cerca lavoro spesso non abbia le competenze e le capacità per capire quali lavori servono e quali no, e prepararsi, e mettersi nelle condizioni di essere scelti. Quanto la quota di stronzi nonostante tutto rimanga strettamente gaussiana: il 10% inferiore della curva.

E poi mi colpisce la difficoltà che tutti abbiamo di dire bene e con chiarezza chi siamo e cosa facciamo. Mi colpisce la difficoltà che abbiamo di escludere le cose inutili e mirare all’essenziale.  Mi colpisce la frequenza con cui mentiamo, per non deludere prima di tutto noi stessi e non costringersi a scegliere e a pensare: allora tutti fanno tutto, per tutti, e vendono a tutti, sempre. È quello che ho fatto io, per anni: non ho saputo dire chi sono, non ho saputo dire cosa faccio, perché e per chi. Non ho saputo indirizzare le mie scelte in base a obiettivi concreti e aspettative realistiche. Serve una legge per evitare che succeda di nuovo, in futuro? Evitare che le persone facciano scelte sbagliate è un atto politico? Di chi è la colpa?

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