Ho fatto una cosa nuova, si chiama Guido

24 marzo 2014
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Perché compro sempre meno libri. Considerazioni sul rapporto Nielsen sulla lettura (di libri) in Italia 2011 – 2013

Il 20 marzo è stato presentato il rapporto Nielsen sulla lettura (di libri) in Italia tra il 2011 e il 2013, commissionato dal Centro per il Libro e la Lettura. Ogni volta che qualcuno presenta un rapporto sulla stato della lettura (di libri) in Italia, dice la stessa cosa: che in Italia nessuno legge libri ( –11% in due anni), che nemmeno la metà della popolazione ha acquistato almeno un libro (il 37% nel 2013, –15% dal 2011), che si legge di più al Nord e molto meno al Sud, che i libri li comprano i più ricchi, che i lettori forti tengono praticamente in piedi da soli il mercato, che gli ebook crescono ma ancora non contano abbastanza e non bastano per compensare le perdite, e che questo è il segnale di un disfacimento oltre che culturale, sociale ed economico di una Nazione senza più valori, eccetera.

Io ogni volta che esce un rapporto sullo stato della lettura (di libri) in Italia penso molte cose, come ad esempio il fatto che stabilire un rapporto causale diretto tra acquisto e/o lettura di libri e stato culturale, sociale ed economico di una Nazione è sbagliato, secondo me, che magari uno non legge più libri ma legge altro, visto che si può, che magari uno soddisfa le stesse esigenze e gli stessi bisogni in un altro modo, visto che si può, e che in generale è importante fare in modo che le persone siano consapevoli e informate e il meno possibile abbruttite dall’esistenza e il più possibile disponibili a valutare il benessere di tutti sopra il benessere di sé, e parte attiva e consapevole e informata delle cose che succedono nel mondo ora e in grado di progettare le cose che saranno in futuro, e che per ottenere questa cosa qui non è per forza necessario leggere libri in continuazione, e che di sicuro per ottenere questa cosa qui non siamo tenuti a garantire la sopravvivenza economica di un’industria che evidentemente, in Italia, proprio non ce la fa, e che, come dice Gabriele, «è l’unica industria che incolpa il consumatore dei suoi insuccessi».

Anche perché io, di libri, ne compro e leggo sempre meno, e se vado avanti di questo passo non ci metterò molto a finire nella grande maggioranza di italiani che non hanno comprato o letto nemmeno un libro in un anno, ma non per questo mi sento abbruttito, ignorante, meno informato, meno consapevole, meno disponibile a mettere il benessere di tutti prima del mio, meno in grado di essere parte attiva e consapevole e informata delle cose che succedono nel mondo ora e meno in grado di progettare le cose che saranno in futuro. Che poi magari mi sbaglio, e invece visto che compro e leggo sempre meno libri nemmeno mi accorgo del degrado e dell’abbruttimento in cui sono finito. Quella che ho deciso di raccontare qui sotto, comunque, è la mia storia, e visto che questo post è davvero molto lungo, chi preferisce può saltare subito alle conclusioni.

Nel 2013 ho comprato 24 libri, 12 di carta e 12 ebook. 11 li ho letti, 14 non li ho letti, e di questi 14 ne ho persi 2. 15 libri sono di case editrici italiane, 9 di case editrici straniere.

Un pomeriggio di maggio, al Salone del Libro di Torino, dopo aver presentato il Kit di sopravvivenza del lettore digitale ho comprato, di carta, due libri di Codice, I signori del pianeta La cattedrale di Turing. Non li ho mai letti, per il poco tempo e la molta stanchezza, nonostante mi interessino entrambi molto.

Enrica mi ha comprato Cloud Atlas, di carta, che pubblicano in italiano in una bruttissima edizione, dopo che il film mi aveva lasciato senza fiato. Non l’ho mai letto, per il poco tempo e la molta stanchezza, ma la storia che racconta il film è una delle più belle che mi sia capitato di ascoltare.

Ho comprato la Storia del mondo in 100 oggetti, di carta, per regalarlo a Enrica a Natale, in un momento in cui avevo deciso di riconciliarmi con i libri di carta e ricostruire la biblioteca che ho smesso di mettere insieme quando sono andato via da casa dei miei. È un oggetto molto bello e un libro molto interessante, ma è troppo grosso e troppo scomodo da leggere, e le pagine sembrano sempre sul punto di staccarsi. Allora ogni tanto apro una pagina a caso e leggo la storia di un oggetto, e mentre lo faccio penso che la sua forma migliore sarebbe un sito internet – non un ebook, un sito internet – e che pagherei volentieri per accedervi.

Ho comprato Stati Uniti on the road, di carta, per preparare un viaggio che io e Enrica faremo a giugno, ma non riesco a usarlo, come ormai non riesco più a usare nessuna guida di viaggio. Dentro ci sono un sacco di informazioni pratiche che però posso trovare più aggiornate – e gratis – su internet, e invece pochissime foto e nemmeno una storia dei posti che uno potrebbe vedere, e delle persone che li abitano, che è quello che ci metterei io in una guida di viaggio, se dovessi farne una.

Ho comprato Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado di carta, ma il racconto del tennis che fa Wallace su di me ha meno presa di quanto non ne avesse avuta il racconto che del tennis fa Agassi in Open, e per il resto l’ho lasciato lì, perché la scrittura di Wallace non fa per me, a quanto pare.

Ho comprato Strade blu, di carta, sempre per preparare quel viaggio che io e Enrica faremo a giugno, e poi dopo me ne sono dimenticato, e l’ho lasciato lì senza mai aprirlo, ma ora che l’ho ritrovato me lo metto da parte, e provo a iniziarlo.

Ho comprato Never Use Pop Up Windows, di carta, un pomeriggio d’inverno alla libreria Corraini in via Tortona, a Milano, mentre con Chicca eravamo a vedere le cose che fa il Pulcinoelefante, quasi solo per il titolo, la copertina e la rilegatura. Poi gli ho fatto una foto che ho pubblicato su Facebook e su Instagram, credo, perché secondo me è un libro divertente, da vedere, e poi l’ho sfogliato un po’, e l’ho lasciato lì.

Ho comprato I ferri del mestiere di Fruttero e Lucentini, di carta, dopo che Einaudi ha deciso di ristamparlo, una mattina di primavera, nella libreria Einaudi di Piazza Carlo Alberto, a Torino, perché mi sembrava un posto appropriato dove comprare un libro del genere, e l’ho iniziato, ma non l’ho ancora finito, ed è passato più di un anno ma non riesco proprio ad andare avanti, chissà perché.

Ho comprato Mappe, di carta, per regalarlo a Enrica, e ci è piaciuto tanto.

Ho comprato Americana, in ebook, perché era scontato su Amazon e volevo averlo. L’ho spulciato un paio di volte dal telefono, ma poi è rimasto lì.

Ho comprato Questo è il paese che non amo, in ebook, dopo aver letto le cose di Pascale sul Post, e sono fermo al 37%, perché la scrittura di Pascale in quel libro secondo me è più faticosa e meno bella e limpida e profonda di quella che ho invece trovato e mi è piaciuta sul Post, e allora mi è passata la voglia.

Ho comprato Ristorante al termine dell’universo, in ebook, un giorno che mi sono accorto di non averlo ancora letto, e mi sono vergognato. L’ho finito in due giorni, leggendo sul telefono, e dopo ero molto felice e anche molto disperato, come mi succede ogni volta che leggo Adams, sempre.

Ho comprato La scopa del sistema, in ebook, una notte che non riuscivo a dormire, e l’ho comprato perché pensavo che se a me Wallace non piaceva doveva essere per forza colpa mia, visto che piaceva a tutti, e invece poi alla fine del secondo capitolo ho deciso che a me Wallace non piace, e basta, e l’ho mollato lì.

Ho comprato quattro libri di Five Simple Steps, in ebook, che è una casa editrice indipendente inglese che fa libri per gente che come me di lavoro fa i siti, e li ho trovati tutti molto ben fatti, ben scritti, e utili per il mio mestiere, e sono felice di averli comprati.

Ho comprato quattro libri di A Book Apart, in ebook, che è una casa editrice indipendente americana che fa libri per gente che come me di lavoro fa i siti, e li ho trovati tutti molto ben fatti, ben fatti, ben scritti, e utili per il mio mestiere, e sono felice di averli comprati. Tra questi c’è Design Is a Job, di Mike Monteiro, che è il libro più importante che ho letto quest’anno.

Poi ho comprato anche il Supplemento al dizionario italiano, di Munari, che ho letto, e Tennis, di John McPhee, che non ho letto, tutti e due di carta. Ma chissà dove sono finiti, ora non li trovo più.

Nel 2013 ho comprato 24 libri, dunque secondo le statistiche dovrei essere un lettore forte. Di questi 24 libri 13 non li ho letti, e degli 11 libri che ho effettivamente letto, 9 sono ebook, e 8 di questi sono quelli che si direbbero manuali, tutti pubblicati da editori stranieri, 1 è un illustrato per bambini, 1 è un divertissment di un designer che amo. Manca quasi del tutto la narrativa, manca la saggistica di punta, mancano le novità. Mancano tutte quelle cose che gli editori pubblicano e su cui spendono soldi in tirature e promozione, quelle che dovrebbero fare le vendite vere. Io, è venuto fuori dalla mia indagine personale, quelle cose lì o non le compro, o se le compro non le leggo.

In generale negli ultimi 5 anni ho letto molto meno di quanto non leggessi durante l’università – complice il molto tempo libero che avevo allora, e gli studi di letteratura. Negli ultimi 5 anni ho letto anche molto meno di quanto non leggessi al liceo, o prima ancora, alle medie. Ho imparato a leggere molto presto, e leggere mi è sempre piaciuto molto, e in seconda e in terza media negli intervalli aiutavo nella biblioteca della scuola – con conseguenze sociali facili da immaginare. Uno di quegli anni, ricordo, ho letto una sessantina di libri, e solo durante i mesi di scuola. Per 25 anni leggere libri per me è stata una gioia e una forma di dipendenza. Poi qualcosa è cambiato.

C’entra il tempo che non ho più, sicuro – che non è solo il tempo per la lettura, ma anche il tempo per la preparazione alla lettura. Il tempo di sapere cosa c’è di nuovo da leggere, di segnarselo, di ricordarlo. Il tempo di uscire e andare in libreria. Il tempo di leggere riviste, recensioni e pareri. Tutto questo tempo ora non c’è più, perché ho deciso di usarlo per altro. Nel frattempo, ho quasi completamente smesso di comprare e leggere romanzi.

Ho smesso di leggere romanzi perché – ma di questo mi sono reso conto soltanto molto tempo dopo – a me in realtà non interessano i romanzi in sé, o i libri, o la letteratura, o i racconti, o gli autori, o gli editori, o le case editrici, o le collane, o le copertine, o le quarte di copertina, o le fascette. A me interessano i mondi, mi interessano le meraviglie del possibile, mi interessa quella sensazione che ho provato e che provo ancora di finire in un mondo diverso, e anche quella sensazione di essere appena tornato da un mondo diverso, e di romanzi di questo tipo, che mi fanno questo effetto, con questa capacità, ce ne sono pochi – o almeno io ne ho trovati pochi, e poi ho iniziato a trovarne sempre meno, e poi non ne ho trovati più, e poi la cosa ha smesso di essere un problema, perché semplicemente ho smesso di leggere romanzi e iniziato a cercare altre cose che mi facessero sentire allo stesso modo.

Per questo motivo – per questa storia dei mondi – mentre mi laureavo in letteratura russa amavo Dostoevskij molto più di Tolstoj, ma più di loro il Gogol’ delle Anime Morte – che è una specie di Divina Commedia, però incompiuta – e più di loro ancora Bulgakov e le cose di fantascienza sovietica, che sono mistiche e trascendenti molto più che scientifiche. Per questo motivo ho perso il conto delle volte in cui ho letto Il signore degli anelli – di cui mi piacciono particolarmente le appendici, dove Tolkien documenta nei minimi dettagli il funzionamento e la storia di un mondo immaginario – e per lo stesso motivo uno degli scrittori che mi piacciono e mi hanno impressionato e influenzato di più è Lovercraft – che ho letto la prima volta all’inizio dell’adolescenza, al mare, in una brutta edizione Newton Compton «100 pagine 1000 lire», e che è arrivato senza soluzione di continuità con i numeri di Topolino e di Focus che ancora mi compravano i miei.

E sempre per questo stesso motivo quando mi viene voglia di ascoltare grandi storie che mi portino dentro un mondo diverso per prima cosa non penso a un romanzo, ma a come mi sono sentito la prima volta in cui ho visto – in un mese, quasi senza dormire – le quattro stagioni di Battlestar Galactica – probabilmente la mia cosa cinematografica preferita di sempre – o alla nostalgia che provo per certi paesaggi di Neverwinter Nights, di Baldur’s Gate, di Mass Effect, o del ciclo degli Elder Scrolls, al tramonto. Dopo, quasi nessun romanzo ha saputo farmi sentire allo stesso modo.

Buona parte del tempo che ho sottratto alla lettura – e alla ricerca della lettura – è tempo che ho deciso di dedicare al lavoro. Ho 32 anni e sono un libero professionista, e in questo momento la crescita e lo sviluppo del mio lavoro e la riflessione intorno al mio lavoro sono parti fondamentali e centralissime della mia vita e del mio processo di crescita. Ho la fortuna di fare un lavoro che amo, e quando dico che è una parte fondamentale e centrale della mia vita lo dico perché lavorare mi rende felice. Mi sveglio felice – anche se magari ancora un po’ stanco e preoccupato – e passo volentieri buona parte della mia giornata dedicandomi alle cose che ho da fare: leggere è una di queste.

Leggo per piacere, per aggiornarmi e per tenermi informato sulle cose che riguardano il mio mestiere – e non solo. Tutti i giorni leggo la selezione di siti che ho messo insieme su Feedly – se volete, qui c’è un file OPML da scaricare e importare in qualunque lettore di feed RSS – salvo le cose più lunghe su Pocket, per leggerle dopo, guardo Twitter e Facebook, salvo le cose più belle che trovo in giro su Diigo. Cerco di tenere un buon rapporto segnale/rumore. So che questo significa costruire una bolla informativa al cui interno c’è il rischio di perdersi, ma ho fatto in modo di riservarmi finestre e vie di fuga appropriate.

Col tempo ho scoperto che è più interessante seguire le persone rispetto ai giornali, alle aziende o alle organizzazioni – tranne rarissimi casi. Le persone che ho scelto di seguire scrivono e pubblicano quello che pensano su internet – sui propri siti personali, o altrove. Il fatto che non scrivano e che non pubblichino quello che pensano in un libro ovviamente non diminuisce il valore delle loro parole, né la cura con cui queste parole sono scritte e pubblicate. Il lavoro che fanno scrivendo e pubblicando quello che pensano online è così buono che spesso queste persone sono riuscite a riunire intorno a loro un pubblico di lettori fedeli e appassionati.

A volte succede che queste persone finiscano effettivamente per scrivere e pubblicare un libro: il pubblico di lettori fedeli e appassionati lo compra senza battere ciglio. Io faccio parte di questo pubblico, e molti dei manuali che ho comprato nel corso del 2013 li ho comprati perché sono stati scritti da persone che seguo online da tempo, di cui ho rispetto e stima. Spesso queste persone scrivono in inglese, e i libri che pubblicano o sono autopubblicati – per scelta – o sono pubblicati da case editrici inglesi o statunitensi. Allora per praticità questi libri li compro in ebook, ma se non ci fossero di mezzo i costi di spedizione e le spese di dogana comprerei volentieri anche l’edizione cartacea, talmente tengo in considerazione le cose che in questi libri stanno scritte. Ma in casi del genere non è il libro, il punto. Il libro è solo un modo pratico per raggruppare riflessioni su un tema. Quello che conta è il resto: è la relazione che nel corso degli anni ho stretto con queste persone, la fiducia che nutro nei loro confronti e il valore di quello che pubblicano gratis online, a disposizione di tutti.

Qualche mese fa Luca Sofri ha scritto un articolo sul suo blog in cui parla della secondo lui irreversibile e definitiva perdita di centralità del libro come strumento di diffusione delle storie, delle idee e della cultura. Io non so dire se Sofri abbia ragione oppure no. Quello che so dire è che quello che scrive in quell’articolo ha perfettamente senso per me, perché è quello che mi è successo. Quello che è successo a me, è che a un certo punto i libri hanno iniziato a diventare via via più marginali, sostituiti da altre cose che fanno quello che facevano i libri, però meglio. Quello che è successo a me, è che a un certo punto i libri hanno smesso di essere «la logica forma» per le storie, per le idee e per le informazioni, e quindi ho preferito mettere al centro altre cose, con forme che trovo più logiche e migliori. Quello che è successo a me, è che sono sempre più in grado di proseguire nel mio percorso – personale e professionale – senza comprare libri, o comprandone molti meno di quanto non facessi prima.

È successo perché non mi interessano i romanzi, ma i mondi, e non mi interessano i saggi, ma quanto posso arricchire le mie conoscenze e usarle per migliorarmi, perché è successo che abbiamo trovato modi migliori di fare le cose di sempre, e per me questo ha significato mettere ai margini i libri, e al centro altro.È successo perché sono convinto che al centro della diffusione delle storie, delle idee e della cultura ci siano le persone, non un supporto in particolare, o una tecnologia che per quanto possa essere longeva è comunque passeggera.

Poi magari le cose cambieranno. Intanto, però, per me ora è così.

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