Ho fatto una cosa nuova, si chiama Guido

22 gennaio 2014
Argomenti:

Che cosa penso delle «relazioni empatiche» online. Una risposta a Ilvo Diamanti e Eugenio Scalfari (e a tutti gli altri)

Io mi ricordo che la prima volta che sono andato su internet – mi ricordo ma mica tanto, era il 1997 o il 1998, e coi miei avevamo fatto l’abbonamento a un provider locale, ma locale davvero, uno di quelli piccoli che son durati poco, tirati via dai cd-rom che davano gratis in allegato con i quotidiani quelli di Libero, di Virgilio, di Telecom e gli altri – comunque, mi ricordo che oltre alla prolunga che serviva a collegare il modem a 56kbs con la presa del telefono, che stava in camera dei miei, la cosa importante di andare su internet erano state le persone, da subito, immediatamente.

Io suonavo e ascoltavo musica, soprattutto, e se ancora non c’era da scaricare i dischi e le canzoni, invece c’erano già gli spartiti dei dischi e delle canzoni – tabulature, si chiamavano – e allora io – che suonavo in casa, il basso, con l’amplificatore e tutto, e uno può immaginare che cosa potevano pensare i vicini di me, delle cose tremende, pensavano – allora, dicevo, il basso l’ho saputo imparare a suonare da solo anche grazie a tutti quelli che avevano pensato che mettere su gli spartiti su internet poteva essere una buona idea, che chissà, qualcun altro magari poteva volerle suonare anche lui, quelle canzoni, e così è stato.

Erano belli quegli spartiti, erano dei file di testo tutti fatti a trattini e numeri, era ASCII art, in pratica, e in quel periodo lì – diciamo dalla fine degli anni ’90 a quando l’ADSL in casa hanno iniziato ad averla tutti – chissà quanta gente come me ha imparato a suonare, grazie a quegli spartiti, e chissà la vita di quanta gente è diventata più bella, per questo, e, se ci penso ora, mi viene in mente chissà quanto sarebbe stata diversa la mia vita se non avessi imparato a suonare con quegli spartiti lì, magari non avrei fatto niente di quello che ho fatto – i dischi, i tour – e se ci penso ora, penso che la mia vita forse sarebbe stata un po’ meno bella, e un bel po’ più vuota, oppure piena di altro, ma diversa.

E poi mi ricordo anche che molto in fretta, quasi subito, prima del 2000 sicuro, era venuto fuori un coso che era una via di mezzo tra un IM e un social network – ma di sicuro era una rete sociale, vecchia maniera e a scanso di equivoci – e sopra, mi ero convinto, ci stavano tutti quelli che avevano una connessione a internet, in Italia, o almeno io ero convinto così, e si chiamava c6, quel coso, ed era un client che tu lo scaricavi, e ti facevi il tuo profilo col nick e tutto quanto, e dicevi delle cose su di te, e poi potevi cercare gli altri – a seconda dell’età, per dire, o della musica che a uno gli piaceva, o dei libri, e poi basta, ti mettevi lì e parlavi con gli sconosciuti, che se uno ci pensa è una cosa pazzesca, ci si parlava tra sconosciuti in preda alla pura euforia, per il solo fatto di poterlo fare, perché quella era una cosa che non avevamo mai potuto fare prima – parlarci tra sconosciuti, con in mezzo distanze pazzesche di chilometri, in tempo reale, scegliendoci a caso, basandosi solo su quello che uno aveva detto di sé, era la prima volta di sempre, per noi.

Pervertiti di sicuro ce n’era, e anche gente che mentiva, sicuro, ma io mi sentivo comunque protetto, e a mio agio, sereno, e anche euforico, appunto, per questo spazio di libertà inaspettato che era arrivato alla fine della mia adolescenza, che se ci penso ora, a mettere insieme tutto, scoprire internet da adolescenti è stata una cosa da andare fuori di testa, davvero.

Poi Io lì su quel coso ci ho anche conosciuto una fidanzata – era il 1999, e io la mia prima ragazza seria l’ho conosciuta lì, su c6, online, e la mia prima storia seria, vera, e lunga, è nata lì, in una chat, su internet, su c6, e dopo noi ci vergognavamo quasi a dirlo, e non mi ricordo nemmeno più quali balle ci inventavamo pur di non dirlo, che ci eravamo conosciuti lì, e si è portata dietro un sacco di cose, quella storia, a guardare indietro ora, vite anche abbastanza stravolte, e conseguenze vere, dure e inaspettate, che se uno ci pensa senza internet non sarebbe successo niente del genere – senza il cavo tirato dal modem al muro con la prolunga, e i cd di Libero in allegato coi quotidiani, e c6, e la mia vita e anche la sua, quella di lei, oggi sarebbero diverse, un sacco.

E poi da lì negli anni di cose del genere ne sono successe tante, in continuazione, ci sono stati amici, un sacco, amici importanti, persone conosciute online e viste mai per anni e che poi ti ritrovi in un’altra città, anni dopo, e finisci ad abitarci insieme, e persone conosciute online e viste mai, e basta, che ancora proprio non ho mai visto in faccia di persona, ma di cui so molto, quasi tutto, che ogni volta che ci parlo sono felice, è un piacere, è bello, e altre persone che sono finite in mezzo alla mia vita, e poi sono sparite, come succede spesso, nella vita tutti, e che poi magari torneranno, speriamo. E c’è questa cosa che dico tra me e me ogni tanto, ora che ho 32 anni, dico che io penso di aver avuto 20 anni un sacco di volte, magari anche cinque o sei, e se è successo dipende da me, sicuro, da come sono fatto, ma anche un sacco da internet, che ha reso tutto più facile e veloce, e ogni volta era più facile e veloce cambiare tutto, costruire qualcosa di nuovo da zero, imparare, ripartire, avere torto o ragione, sentirsi presi a schiaffi oppure i primi, fallire in fretta e ricominciare, perdere e trovare nuovi lavori, e i posti, e le persone.

E altre volte poi penso alle abitudini nuove che abbiamo preso – che ho preso io, almeno – penso alle volte in cui sono corso a casa per aspettare un’email, alle cose meravigliose e terribili che ci siamo detti e scritti e che sono successe su Skype, su Whatsapp, su Facebook, nella posta privata di Myspace, nei messaggi diretti di Twitter, alle foto che ho fatto su Instagram e che poi ho fatto stampare e spedire a casa, e che Enrica ha appeso in casa nostra – nella casa che è mia e sua, di noi che ci siamo conosciuti su internet, di nuovo, dopo un post che avevo scritto su un blog non mio, dove parlavo di ebook, che aveva il nome della via in cui sarei andato ad abitare un anno dopo, a Milano, ma io non lo sapevo ancora, e poi dopo quel post ci siamo scritti su Twitter per un po’, e poi qualche mese dopo io le ho chiesto di uscire, e ora viviamo insieme, e sono quasi passati due anni – penso agli articoli salvati per essere letti dopo con la stessa cura con sui si ritaglia e si conserva l’articolo di un giornale, e alla cura con cui abbiamo scelto e costruito i feed RSS che leggiamo ogni mattina insieme al caffè a letto e alla colazione, penso ai rituali intimi, pubblici e privati che abbiamo costruito con la tecnologia del nostro tempo, e all’opportunità incredibile che abbiamo avuto di vedere succedere il modo in cui le persone popolano gli spazi, il modo in cui si creano i rapporti tra di noi, l’abbiamo visto succedere, e l’abbiamo osservato, pensato e discusso, e ne abbiamo parlato, e penso a quanto è stato ed è emozionante, umano e bellissimo, e penso che per molti di noi questa è la vita, queste sono le nostre vite, alla fine della nostra giovinezza e all’inizio dell’età adulta, sono la loro polpa, la sostanza, il sostegno e il fondamento, sono le vite che rimpiangeremo, un giorno, sono le vite che abbiamo costruito anche grazie a internet, e siamo diventati quello che siamo anche grazie a internet, e al web, ed è andata così perché questo è ed è stato il nostro tempo, e non ne abbiamo avuto un altro, e sinceramente non c’è ragione per scusarsi, secondo me, o per doversi giustificare.

E a queste cose e anche ad altre pensavo l’altro giorno, quando su Repubblica – ma è un caso, che son cose che succedono ovunque, e spesso – Ilvo Diamanti ha scritto che «nella Rete, dunque, si instaurano relazioni dirette, ma non empatiche», e che «si agisce e reagisce lontano dagli altri» e che internet, secondo lui, è la causa della nostra paura e della nostra sfiducia, e che «la rete non favorisce relazioni “empatiche”», e quando Eugenio Scalfari ha scritto sull’Espresso, – ma è un caso, che son cose che succedono ovunque, e spesso –  che «la conoscenza artificiale esonera i frequentatori della Rete da ogni responsabilità» e che «l’amore anche fisico attraverso la Rete è diventato abituale per molti» e che «il pensiero si è anchilosato come il linguaggio», per colpa di internet, e mi sono chiesto com’è che fanno questi signori, e tutti gli altri come loro che si sono succeduti, negli anni – che uno potrebbe anche essere un po’ stanco, a pensarci bene, io per dire sono proprio stanco, davvero – mi sono chiesto come fanno a prendere le nostre vite, questi signori, e ad analizzarle, e a giudicarle, e a farne tema di studio, e a trarre da loro delle conclusioni, e a ritenerle minori, meno vere, meno profonde, meno vive, meno umane, meno degne e autentiche delle loro e di quelle che sono state prima, senza provare nemmeno un po’ di vergogna, mai.

Ti va di iscriverti alla mia newsletter?

Più o meno una volta al mese scrivo una lettera ai miei amici, dove parlo di fatti miei, delle cose che faccio e delle cose che penso. Se vuoi scrivo anche a te, e diventiamo amici: basta che scrivi il tuo indirizzo email qui sotto, e clicchi sul pulsante.

Se ti iscrivi accetti le cose sulla privacy.