Ho fatto una cosa nuova, si chiama Guido

24 gennaio 2014
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La prima lezione di web design

La prima lezione di un corso di web design, uno magari pensa di passare il tempo a disegnare. Magari uno pensa di aprire Photoshop – se c’è una cosa che odio più di Microsoft Word, è Photoshop – e fare cose con le forme e con i colori, oppure scegliere dei font e giocare un po’ con la tipografia. La prima lezione di un corso di web design, visto che c’è dentro la parola «design», uno magari pensa di arrivare, e fare cose che si vedono, di fare un po’ il creativo. Però noi non siamo creativi. Noi siamo designer, che è una cosa diversa.

Design /dɪˈzaɪn/: verbo inglese – ma anche sostantivo, ma in questo caso verbo – che ha alcuni significati diversi. Anche molto diversi tra di loro:

  1. to work out the structure or form of (something), as by making a sketch, outline, pattern, or plans
  2. to plan and make (something) artistically or skilfully
  3. (transitive) to form or conceive in the mind; invent
  4. (transitive) to intend, as for a specific purpose; plan

A noi, che non siamo creativi, ma designer, interessa soprattutto l’ultimo significato (4), e poi il primo (1), e eventualmente il terzo (3). Quasi mai il secondo (2). Che è una cosa importante, da ricordare e chiarire di nuovo e per bene appena si inizia: noi non siamo creativi, e non siamo artisti. Noi siamo designer, che è una cosa diversa.

La prima lezione di un corso di web design, uno la potrebbe fare solo con dei fogli di carta, e dei pennarelli. Quei pennarelli neri, con la punta fine, da designer. Non serve altro per imparare a scomporre i contenuti nelle loro unità fondamentali, isolarle e dare loro un nome: un paragrafo, un titolo, un sottotitolo, un elenco (puntato), un’immagine, una testata, un’articolo, un elenco (numerato), una citazione, e poi chiedersi: io che cosa ci faccio con tutta questa roba?

Questa è la seconda cosa più importante che posso insegnarvi.

La prima cosa più importante che posso insegnarvi è che noi, che siamo designer, di mestiere non disegniamo cose, ma risolviamo problemi. Il nostro primo compito è comprendere il contesto, il secondo definire gli obiettivi da raggiungere, il terzo individuare i problemi che stanno tra noi e questi obiettivi, e lavorare per risolverli. Se ci penso, alla fine sta tutto qui, ed è un modo di fare abbastanza astratto da essere molto ben scalabile: cioè si applica bene a ogni fase del nostro lavoro. Si applica quando si prendono i primi accordi e si definisce il progetto, si applica quando si lavora intorno alla forma delle pagine che compongono un sito internet, si applica quando di queste pagine si studiano i dettagli, gli elemento, quando si studiano i rapporti che si creano tra un elemento e l’altro, e che effetto fanno, questi rapporti, alle persone che usano il sito che noi stiamo progettando, che tra l’altro, mi rendo conto, è un modo di spiegare cosa sono le interazioni.

Se ci penso, io quando ho iniziato a fare questo mestiere, una cosa che facevo spesso era cercare scorciatoie. Cercavo scorciatoie per evitare di dover fare cose che non sapevo fare, e cercavo scorciatoie che assomigliassero a cose che invece sapevo fare. Soprattutto cercavo scorciatoie che mi risparmiassero dal venire a patti con la mia inadeguatezza e con la mia ignoranza. Quindi questa è un’altra cosa che posso insegnarvi: per quanto possibile bisogna evitare di cercare scorciatoie. Noi, che siamo designer i problemi li risolviamo, non li aggiriamo – i nostri soprattutto, e quelli dei nostri clienti.

A un certo punto, dopo un po’ che fai questo mestiere, ti accorgi di quanto sia semplice poter fare le cose. Ogni volta che superi un punto della curva di apprendimento, ci sono un sacco di cose nuove che puoi  fare in pochi minuti, praticamente senza sforzo, e che funzionano. Quando lo capisci, di solito ti senti euforico, e inizi a farle, perché tanto le puoi fare, è facile, non ci va niente, ecco fatto, ecco qui, funziona. Lo fai, e mentre lo fai ti dimentichi di chi sei: sei un designer: non uno che fa le cose perché le sa fare, e può, ma uno che fa le cose perché servono a risolvere un problema, e a raggiungere un obiettivo.

L’esito finale del nostro lavoro è sempre un prodotto che serve a comunicare qualcosa: un articolo da leggere, un’offerta promozionale, il catalogo del negozio di scarpe, chi sono io, chi siete voi, e cosa facciamo. Siamo professionisti della comunicazione, e facciamo molto più marketing di quanto non ci vada di ammettere, e una delle cose più importanti che ho imparato del marketing, è che alla gente, di te, non gliene frega un cazzo niente, che nessuno ha tempo, che l’attenzione è poca, e che se uno ti degna di concedertene un po’ è tuo dovere fargli fare quello che è venuto a fare, e non complicargli la vita. Il marketing che facciamo noi – che siamo designer, e non economisti – si chiama esperienza utente, e consiste proprio in questa cosa qui: far fare alle persone la cosa che son venute a fare, nel modo più semplice possibile. Se uno parte da questo presupposto si risparmia un sacco di stress, lavora meglio e impara a fare scelte ragionate, e a farsi le domande giuste.  Se uno parte da questo presupposto impara anche a dire un sacco di volte no: a se stessi e ai propri clienti. No, non possiamo aggiungere una barra laterale lì. No, questo pulsante qui non serve a niente. No, lo slider con le foto non è soluzione giusta. No, in questo modo non risolviamo un problema, ma contribuiamo a crearne altri. Se avete paura a dire di no, questo  non è il mestiere che fa per voi.

Scriveremo codice. Un sacco. A mano. Fatevene una ragione.

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