Ho fatto una cosa nuova, si chiama Guido

12 novembre 2013
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Che cosa ho imparato costruendo il nuovo «Ho un libro in testa»

Ho trascorso l’ultimo mese e mezzo costruendo il nuovo «Ho un libro in testa». Che è uno dei blog letterari più letti in Italia, e che fino a oggi era ospitato sulla piattaforma di Glamour. Poi – come sempre – le cose cambiano, ed era il momento che trovasse un’altra casa – una casa sua.

Puoi leggere tutti gli articoli che vuoi sul fatto che «content is king» e «content first», ma fino a quando non progetti un sito internet non capisci veramente che cosa vuol dire. «Ho un libro in testa» aveva tre anni di vita alle spalle, più o meno 1500 post pubblicati, una sessantina di rubriche tra attive e concluse, più di trenta autori, migliaia di commenti, di tag, di immagini. Come fai a venire a capo di una cosa del genere? Come fai a pensare che il punto sia il layout?

La prima cosa di cui abbiamo parlato io e Chicca una volta deciso che avremmo lavorato insieme è stata questa: prepariamo tutto per bene col tempo che ci va – e ce ne va – o cerchiamo di essere veloci e migliorare giorno per giorno? Entrambi volevamo essere veloci, entrambi volevamo essere leggeri. Nessuno dei due crede nei grandi lanci, dunque ci siamo trovati d’accordo: decidiamo quali sono le cose di cui abbiamo bisogno davvero e costruiamo il resto giorno per giorno, con i dati in mano. Questa cosa qualcuno la chiama agile development. Noi stiamo lavorando così.

Una regola controintuitiva: l’ultima cosa che fai quando progetti un sito internet è il design. L’ultima cosa che fai quando lavori al design di un sito internet è la sua home page.

 

L’home page di un sito non conta quasi niente. Se lavorate con un web designer e la prima cosa che vi mostra è un prototipo della home page, non state andando nella giusta direzione.

I lettori arrivano ai contenuti passando da altre strade e ha altri punti d’ingresso. Sia nel caso in cui scoprano i contenuti su qualche social network, sia nel caso della ricerca organica, il punto di ingresso è praticamente sempre una pagina terza. Nella maggior parte dei casi, il punto di ingresso è un post.

Per questo motivo tutte le energie e la maggior parte del tempo dedicato allo sviluppo della prima release sono state dedicate alla progettazione di questa pagina.

Per questo motivo il design del singolo post induce un percorso di lettura non lineare. L’unica cosa che il layout suggerisce di fare, una volta finito di leggere, è continuare a leggere.

Per questo motivo il design del singolo post non comprende quasi niente, oltre ai contenuti. I contenuti, un pulsante, la condivisione su Facebook e Twitter (se qualcuno condivide su altri social network me lo faccia sapere), altri contenuti. Il menu di navigazione è lassù in cima, il footer non c’è e non so ancora se ci sarà.

Quando si progetta un sito internet non c’è niente di più importante dell’analisi dei contenuti. Soprattutto: l’analisi dei contenuti è un processo continuo e ininterrotto. L’analisi dei contenuti è la prima cosa da fare quando si progetta un sito. Sempre. Il layout finale è una conseguenza dei risultati di questa analisi. Come fai a disegnare la forma di qualcosa se non sai cos’è? Qualunque layout disegnato a propri e imposto ai contenuti risulterà goffo, rigido e inadeguato. In proporzione, ho dedicato al layout un quarto del tempo totale, tutto il resto è andato ai contenuti.

Gli elementi fondamentali dell’identità del brand vanno decisi il prima possibile. In un processo ideale dovrebbero emergere durante l’analisi dei contenuti, quasi spontaneamente. Se non si hanno a disposizione contenuti esistenti su cui lavorare, l’identità del brand non può comunque essere imposta o determinata a priori. In mancanza di contenuti, bisogna parlare con le persone. Molto, fino a poter dire di aver capito chi sono, quale percorso hanno fatto, dove vogliono andare.

Grazie al cielo ho letto il meraviglioso Design is a Job di Mike Monteiro, che col tempo è diventato una guida. Se lavori come web designer, compralo.

Le immagini sono tanto importanti quanto problematiche. Non puoi non averle, ma devono anche essere regolari nella forma e nelle proporzioni, non devono pesare troppo, ma bisogna anche prendere in condiserazione gli schermi retina, devono attrarre chi legge, ma nemmeno essere sfacciate.

Se si inizia da zero, tutto bene. Se si parte con tre anni di lavoro alle spalle, i problemi aumentano.

Le immagini non si rubano. Se non ti puoi permettere di comprarle c’è la ricerca di Creative Commons. Rispetta le condizioni e cita la fonte.

Le fondamenta devono essere solide. «Ho un libro in testa» usa un tema derivato da Twenty Thirteen, l’ultima versione del tema ufficiale sviluppato da WordPress per WordPress. Il markup è già sufficientemente semantico, l’accessibilità è ottima – compreso un supporto ad hoc per gli screen reader – la parte responsive è discreta. Usarlo come base di partenza ha facilitato molto le cose.

Inoltre è pulito, non impone limiti particolari, ed è lo stato dell’arte. Ci sono molte cose da migliorare, ma è un ottimo punto di partenza. Ed è gratis.

Microsoft Word deve morire.

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