Ho fatto una cosa nuova, si chiama Guido

29 settembre 2013
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Contro gli ebook a scuola

Gli ebook non sono il contenitore giusto per contenuti educativi, soprattutto se li si vuole «ripensare sfruttando le potenzialità del digitale» – cosa che tutti sostengono dovrebbe essere fatta.

Al contrario di quanto è intuitivo pensare, gli ebook – per come sono intesi e prodotti ora – faticano a gestire layout complessi, immagini, contenuti multimediali, elementi interattivi.

La ragione di questa difficoltà è nei limiti tecnologici intrinsechi degli ebook, in quelli delle applicazioni o dei dispositivi che si usano per leggerli e in generale nella frammentazione del mercato. La possibilità di utilizzare le funzionalità più avanzate di un ebook dipende dalle caratteristiche del sistema di lettura che si utilizza e da quelle del file che è stato prodotto.

Ad esempio: un Kindle non va bene per riprodurre video o animazioni, né per giochi o test interattivi, né per navigare su internet – e lo stesso vale per qualsiasi altro lettore a inchiostro elettronico. Le cose vanno meglio se si usa un tablet, ma gli unici dotati di un ambiente di lettura in grado di garantire un supporto minimo alle funzionalità che molti vorrebbero vedere in un libro di testo digitale sono l’iPad – sia usando iBooks, sia usando Kindle per iOS – e il Kindle Fire.

Il ministero potrebbe risolvere questa situazione affidandosi a un unico fornitore nazionale per i dispositivi e i sistemi di lettura, ma dovrebbe anche chiarire un punto tutt’altro che secondario: è giusto, sensato – o anche solo concretamente realizzabile – per la pubblica istruzione stabilire che gli studenti e le loro famiglie diventino in massa utenti Apple o Amazon?

E ancora: quanto è lungimirante costruire un sistema educativo basandosi su un’infrastruttura tecnologica sviluppata, posseduta e gestita da terze parti?

Non sono domande retoriche, e trovare una soluzione non è banale. Apple e Amazon offrono dispositivi e applicazioni di ottimo livello – al contrario dei prodotti digitali della pubblica amministrazione – e consentono di esternalizzare il carico operativo ed economico di infrastrutture tanto complesse quanto determinanti.

Allo stesso modo, affidarsi ad Apple e Amazon – o a chiunque altro – significa fare i conti con problemi tecnologici – proprietà e permanenza dei contenuti e sicurezza dei dati, ad esempio – e didattici – come lavorare in gruppo e come condividere materiali e processi lavorando con dispositivi personali e file locali, ad esempio.

Rinunciare agli ebook e utilizzare applicazioni native è una possibilità che risolverebbe solo alcuni di questi problemi.

Di sicuro avremmo contenuti multimediali e interattività, ma resterebbero gli stessi limiti di opportunità: costringiamo le famiglie e gli studenti ad adottare una sola piattaforma? E se sì quale? E scegliendola in base a quali parametri?

E ancora: costringiamo gli editori a sviluppare applicazioni per una sola piattaforma? O a sviluppare per tutte le piattaforme contemporaneamente? In questo caso su chi verrebbero scaricati i costi: sugli studenti o sul ministero?

Ma soprattutto: abbiamo davvero bisogno di un approccio uniforme che definisca le cose con questo livello di dettaglio su scala nazionale?

Io penso di no, e lascerei ai singoli istituti e alle singole classi la libertà e la responsabilità di organizzarsi autonomamente, scegliendo strumenti e tecnologie a seconda del contesto, con l’unico vincolo del rispetto del programma. Se si considera l’efficienza, è l’approccio migliore. Se si considera il diritto a ricevere una formazione adeguata – l’uguaglianza delle condizioni di partenza – le cose si fanno più complesse.

Ipotizziamo che ebook e applicazioni native siano direzioni praticabili. Quello che otterremo sarebbe comunque una replica del modello educativo corrente – basato su libri di testo e lezioni frontali. Esattamente il modello educativo che abbiamo bisogno di superare.

Far assorbire nozioni da libri di testo digitali non risolve uno dei problemi più importanti e persistenti dell’educazione pubblica in italiana, ovvero la sostanziale incapacità di formare uomini e donne capaci di vivere nella contemporaneità e di immaginare, progettare e realizzare il futuro.

Quella che deve essere colmata è una progressiva perdita di contatto con la realtà, che ha privato molti studenti – e molti adulti, in prospettiva – degli strumenti necessari per vivere all’interno della complessità senza esserne vittime.

Questo l’obiettivo da porsi, non gli ebook a scuola.

Le piattaforme di apprendimento messe a disposizione da alcuni editori da questo punto di vista sono se possibile ancora più dannose.

L’educazione alla complessità non può avvenire all’interno di luoghi chiusi e controllati, dove i contenuti sono uniformi, dove non esistono variabili non calcolate, dove il controllo esercitato è totale. Questi prodotti soffrono dello stesso distacco dalla realtà e dallo stesso grado di astrazione della formazione che fa uso esclusivo dei libri di testo, e – esattamente come questa – fanno parte del problema, non della soluzione.

Il discorso sull’introduzione degli ebook a scuola, tra l’altro, è un ottimo esempio della forma mentale di cui dovremmo liberarci.

Il campo è diviso in entusiasti e apocalittici alla ricerca di qualcosa da esaltare o da combattere e molto ben disposti alla costruzione di un nemico contro cui lottare – facendone il vero obiettivo e la vera ragione d’essere dello scontro. Gli argomenti a favore e contro sono spesso altrettanto deboli e insensati.

Gli entusiasti sostengono che gli ebook a scuola farebbero risparmiare perché sarebbero più economici – e non si capisce perché, dato il livello di sviluppo tecnologico richiesto e di funzionalità desiderate. Gli entusiasti sostengono anche che introdurre gli ebook a scuola sia una cosa semplice da fare – nel solco della tradizione che vuole che tutto quello che è digitale, non avendo una controparte fisica, oltre a dover essere più economico dovrebbe anche essere facile da mettere in atto.

Gli apocalittici, dal canto loro, hanno sostenuto tutto e il suo contrario: dai danni fisici provocati dall’esposizione continua agli schermi LCD, all’alienazione dell’infanzia – costretta a formarsi in uno squallido limbo virtuale – alle professioni editoriali a rischio.

Con un decreto di pochi giorni fa, il Ministero conferma che qualunque riforma del sistema educativo portato avanti da questa classe politica non può che essere dannoso e controproducente.

Il passo in cui si stabilisce che dove «la dotazione libraria necessaria sia composta esclusivamente da libri in versione digitale, i tetti di spesa determinati sono ridotti del 30%» conferma che il metro economico usato per prendere decisioni è lo stesso impiegato da chi delle stesse cose discute al bar: «se non c’è la carta, allora per forza costa meno».

Il punto non è soccorrere o difendere gli editori – che sono indifendibili. Il punto è basare le proprie decisioni politiche su concetti economici validi, e non su impressioni personali o costruzioni ideologiche.

L’investimento necessario a trasformare le case editrici italiane in aziende tecnologiche in grado di stare sul mercato è tale da consentire una diminuzione dei prezzi solo nel caso in cui il numero di utenti effettivamente raggiunti sia abbastanza alto da consentire alle case editrici di rientrare dell’investimento, e guadagnarci. Lo ripeto ancora una volta: no, il fatto che i libri non siano più fatti di carta non consente necessariamente di abbassare i costi e di diminuire i prezzi.

L’allegato del decreto se possibile è peggiore del decreto stesso. Elementi fondamentali che dovrebbero avere peso normativo – l’interoperabilità dei sistemi, l’impiego di formati standard, lo sviluppo di un framework aperto all’intero del quale lavorare, ad esempio – vengono relegati ad un uso condizionale, la loro attuazione rimandata ai posteri e alla buona volontà degli editori.

Come da sempre, ormai: buoni propositi, e niente di più

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