Ho fatto una cosa nuova, si chiama Guido

5 aprile 2013
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Quello che penso sulla scuola digitale

  1. Il motore del cambiamento è la consapevolezza di essere membri attivi e importanti di una comunità di persone che muove insieme verso uno scopo comune. Il che – attenzione – non significa che non ci devono essere guide: significa che la destinazione deve essere stata decisa insieme, e che ognuno deve avere la possibilità di dare il suo contributo.
  2. Ricordiamoci quali sono gli scopi, quali sono gli obiettivi: insegnare a muoversi consapevolmente in questo tempo e nel tempo che verrà, fornire gli strumenti – quelli utili e quelli apparentemente inutili – necessari a essere pronti, preparati, curiosi, meno spaventati, coraggiosi.
  3. Dimentichiamoci del medium, dei mezzi tecnologici, degli strumenti: il numero di computer, di tablet per classe, di smartphone, di lavagne elettroniche non conta. Quello che conta davvero sono le persone: studenti, insegnanti, genitori, editori, istituzioni.
  4. Allo stesso tempo, teniamo sempre in grande considerazione il medium, i mezzi tecnologici, gli strumenti: impariamo a conoscerli e a utilizzarli in base ai nostri fini (e non il contrario). Molto spesso le cose semplici sono quelle che funzionano meglio: ogni casella di posta elettronica è un sistema di cloud computing, ogni motore di ricerca apre le porte sui big data.
  5. Cambiare la scuola significa cambiare il modo in cui le cose vengono insegnate – i processi, i flussi – che la sostanza delle cose stesse: niente dell’esperienza umana è inutile agli esseri umani, niente è superfluo né troppo frivolo.
  6. Allo stesso tempo, cambiare la scuola significa tenere il passo con il modo in cui cambia l’esperienza umana: non è vero che tutti devono saper programmare, ma è vero che tutti devono avere gli strumenti per vivere consapevolmente e senza timore nel mondo che stiamo costruendo, per comprenderlo e abitarlo.
  7. Le persone conoscono la risposta: spesso per trovare la via d’uscita a un problema – anche di un problema molto complesso – non è necessaria un’azione organica sul territorio, o un decreto ministeriale: basta chiedere la loro opinione, ascoltarla, e – su quella base – costruire. Con gli strumenti che si hanno già in mano, con quello che c’è già.
  8. Allo stesso tempo, a volte le persone ignorano le domande. Se arriva qualcuno a interrogarci in termini nuovi, starlo ad ascoltare non costa niente, né lasciarlo provare può produrre grossi danni. La possibilità di quello che tutti quanti potremmo guadagnarne vale sempre la pena.
  9. Non si finisce mai di cominciare. La stabilità è un’illusione ottica la cui durata si riduce progressivamente:  le cose cambieranno ancora domani, poi oggi, poi tra un minuto. Poi sono cambiate ieri. Lo scopo è diventare bravi a reggere il passo – e magari poi a dettarlo – non domandarsi continuamente quando arriveremo a destinazione.
  10. È la storia, non il libro.

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