Ho fatto una cosa nuova, si chiama Guido

2 aprile 2013
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Affreschi

Qualche giorno fa io e Enrica siamo andati a farci un giro dalle parti di Mantova, per staccare un po’, evitare i turisti pasquali, cambiare aria e prendere un sacco di pioggia.

Per chi non lo sa, Mantova esiste anche quando non c’è il Festival Letteratura. È una città piccola e silenziosa che sembra disabitata, piena di meravigliose vie deserte, circondata da laghi che nella mia immaginazione diventano selve e foreste acquitrinose popolate dai feroci pirati del delta del Po, una città dove si mangiano cose strane come le lumache, l’asino e il luccio e piena di palazzi fighissimi, sia fuori che dentro.

Questo per dire che è un posto di confine – una volta avrei detto liminare – acquatico e sfuggente, intriso di una malinconia stanca che io ho adorato e invece Enrica un po’ meno — e in fondo ha ragione lei, è un posto un po’ da spararsi, a meno che uno non abbia voglia – come ho voglia io – di andarsele a cercare e in definitiva di provare costantemente a trovare un modo per lasciarsi il mondo e i suoi rumorosissimi abitanti alle spalle.

Comunque. Il primo pomeriggio a Mantova siamo andati a vedere Palazzo Ducale, e a un certo punto, dentro la Corte Vecchia, mi sono trovato davanti a quello che resta degli affreschi del Torneo-battaglia di Louvezerp, dipinti dal Pisanello, e sono rimasto letteralmente paralizzato.

Sono rimasto così paralizzato che ho preso in mano il telefono, e ho scritto questo:

Lo sviluppo spaziale come sviluppo temporale. Le storie da raccontare, senza supporto mobile. Le storie da saper leggere, riconoscere: lo sviluppo, i personaggi, il contesto.

E poi questo:

Il testo a stampa è testo mobile. Aumenta la velocità della comunicazione, e aumenta la velocità di trasmissione delle idee, così come la possibilità di tornarci, di riflettere e di elaborare. La mobilità e il possesso insieme.

Break the code

Visto che poi ho passato gli ultimi giorni continuando a pensarci, ora provo a spiegarmi meglio. il Torneo-battaglia di Louvezerp  – così come qualunque altro affresco, e in generale come ogni altro atto figurativo – è una storia. È un racconto, una narrazione che segue regole precise: regole di scrittura, lettura, identificazione e descrizione che noi abbiamo perso — o che ho perso io, quantomeno.

Nel 1444 – anno in cui l’affresco viene completato – mancano cinquant’anni all’invenzione (in Europa) della stampa. Il patrimonio di storie – informativo, narrativo, educativo – che definisce le comunità è volatile, impalpabile.

I volumi scritti – a mano – sono rarissimi e costosi, e per forza di cose sono intesi per un altro scopo: fissare un canone, per quanto possibile, e poi custodire, selezionare, permettere ad alcuni di consultare. Intorno, dietro, dentro, sopra, sotto, e ovunque resta la conversazione diffusa – identica ora come allora – che prende le storie e le trasforma, la riempie, le svuota e le fa girare. La loro forma fissa – quella consultabile, quella fruibile da quasi tutti – è una forma immobile: non trasportabile, impossibile da fare propria, da appuntare, da commentare, su cui ritornare.

La conversazione è l’unica manifestazione mobile delle storie: mutevole, fondamenta e prodotto di una rete di persone: più tenue e lenta, meno efficace del network che abbiamo ora, ma basata sugli stessi principi.

Visto che quasi nessuno sa leggere, la tecnologia disponibile si adatta perfettamente al contesto sociale in cui nasce e che la esprime. Magari sei analfabeta, ma di sicuro sai riconoscere le immagini, i volti, e le storie disegnate, affrescate, dipinte, scolpite, annodate negli arazzi.

La comunicazione avviene ugualmente, le informazioni vengono immagazzinate, elaborate e trasmesse ugualmente, veicolate da rappresentazioni visive: rappresentazioni che bisogna saper comprendere.

Bisogna conoscere il contesto e le convenzioni, la direzione di lettura (da sinistra a destra e poi dall’alto in basso? oppure no?), bisogna dare per scontato che lo sviluppo spaziale – sulla superficie – implichi uno sviluppo temporale: qui è prima e qui e dopo, questi sono i personaggi (anche questi da riconoscere, con tratti e attributi stilizzati) e questa è la successione degli eventi.

Ritratto del libro come dispositivo mobile

Per questo quando arrivano i libri stampati – e oltre ai libri i fogli, i manifesti, i volantini, modi rapidi ed efficienti di comunicare – succede un casino. E non è tanto il casino di un’industria che nasce: è il casino che viene fuori quando succede che inizi a poterti portare dietro le storie, a poter imparare a leggerle e a rileggerle nella tua lingua, a produrne altre, a criticarle e commentarle, e a poter a tua volta rendere pubbliche le tue idee, e così via.

Chiaramente è stato un processo lento, chiaramente c’è stato bisogno che l’alfabetizzazione – almeno quella fondamentale – arrivasse per tutti, ma il percorso tracciato durante i cinque secoli successivi all’introduzione della stampa è anche un percorso di costruzione dell’identità individuale: cioè del singolo individuo, una voce distinta all’interno del gruppo.

I contenuti stampati hanno il vantaggio di essere uniformi: il codice da padroneggiare è uno solo – l’alfabeto – ed è valido per qualsiasi informazione si intende veicolare. Compreso una volta, vale per tutto e vale per sempre.

I contenuti stampati sono anche mobili: possono essere diffusi, possono essere portati con sé, possono essere custoditi e possono essere replicati. Conferiscono potere perché danno la capacità di riflettere, di leggere e rileggere, di tornare, di prendere appunti, di capire meglio, di approfondire, di approvare e di disapprovare.

Conferiscono potere anche perché rendono progressivamente sempre più facile diffondere le proprie opinioni: intervenire nella conversazione senza che la conversazione sia spezzata, interrotta, condotta in altre direzioni, portata via: formare la propria voce, renderla riconoscibile, farla arrivare altrove, costruire se stessi, la propria immagine, la propria reputazione. 

Enable the reader

Il libro è il prodotto di una tecnologia che migliora il processo di diffusione delle informazioni. Come tutte le tecnologie è un elemento abilitante (neutrale ma non neutro, direbbe Gabriele), e come tutte le tecnologie che hanno a che fare con la diffusione delle informazioni quello che fa è velocizzare, avvicinare, e svelare.

Le dinamiche sottostanti – quelle che producono le informazioni, per intenderci – sono dinamiche umane e sociali (e secondo me in ultimissima analisi biologiche, ma su questo magari ci torno un’altra volta): non cambiano semplicemente perché non possono cambiare. Restano le stesse e rispondono alle stesse esigenze, definite sia per quantità che per qualità

Quello che può succedere – invece, ed è qui che nasce la sensazione del cambiamento – è che le informazioni viaggiano più velocemente, le comunità diventano più coese – e dunque più identitarie, nel bene e nel male – le cose che avvengono si svelano e si raccontano con più costanza di prima, dandoci – ad esempio – la sensazione che ci siano molti più criminali in giro, per il semplice fatto che – decidendo di esporsi a certi canali di comunicazione – ci vengono raccontate più storie di cronaca nera di quanto non succedesse un tempo, più volte al giorno, con più frequenza, più in fretta.

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